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COMPLESSO MONUMENTALE DI SANTA MARIA DELLA GROTTA
 
La vasta area di Santa Maria della Grotta vanta una storia antichissima. In epoca punica e poi romana, fino al II sec. a.C., faceva parte della vasta necropoli di Lilibeo, come documentano le numerose tombe ipogeiche a pozzo verticale - in un caso con camera funeraria -  a fossa rettangolare o quadrangolare, utilizzate per inumazioni e incinerazioni entro anfore, scavate nella roccia a varie profondità nel pianoro che in seguito sarebbe diventato il sagrato superiore della Chiesa di Santa Maria della Grotta. Tra la fine del II e il III sec. d.C., nella fase di espansione edilizia che coincise con la deduzione della colonia Helvia augusta Lylibitanorum, fu utilizzata come latomia, come attestano i tagli nella roccia riconducibili all’estrazione del tufo. In periodo paleocristiano diventò area catacombale, destinazione d’uso che comportò lo scavo di arcosolii e nicchie nelle pareti della latomie abbandonate.

Dopo la conquista normanna le cavità sotterranee ricavate dal taglio delle latomie e dei pozzi d’accesso ai più antichi ipogei punici, rese sacre dalla presenza delle sepolture cristiane della fase precedente, assunsero la funzione di cenobio per una comunità basiliana di rito greco. Risale infatti al 1097 il Diploma del conte Ruggero che istituiva a marsala, dopo il periodo di dominazione islamica, la prima abbazia e la denominava Santa Maria della grotta in quanto sotterranea. per segnalarne e custodire l’accesso venne edificata una torre, decorata con arcate cieche a rincasso che fu poi trasformata in campanile. Alla sparuta comunità di monaci basiliani vennero affidati anche altri possedimenti e piccole chiese: in città, S.Giovanni Battista al Boeo, S.pantaleone a Mozia e S.Croce; S.Michele Arcangelo o S.Angelo al rinazzo, presso il feudo Farchina, S.Venera e un ampio giardino denominato Eraclia, l’odierna Rakalia.

A testimonianza dell’uso delle grotte come cenobio basiliano rimangono alcuni altari intagliati nella viva roccia e una serie di affreschi di soggetto sacro, databili tra il XII e il XVII secolo. Seppure il loro stato di conservazione sia pessimo, essi rivestono un significato assai importante in quanto testimoniano la restaurazione del monachesimo greco, promossa dai re normanni, e i saldissimi legami con la cultura greco-bizantina.

Nel cunicolo settentrionale, su una delle pareti dell’ambiente centrale, si leggono le tracce di un affresco con Teoria di Santi rappresentati in posizione ieratica e con il capo circondato dall’aureola, all’interno di arcate. La figura centrale, abbigliata con una veste sontuosa, solleva la mano destra nel gesto dell’orante, mentre stringe con la sinistra una croce con doppio braccio trasversale. L’ovale perfetto è incorniciato da una calotta gialla decorata, con raffinati ricami e bende laterali ricadenti sulle spalle, e dei capelli, acconciati con fili di perle. Il personaggio è stato identificato come Santa Lucia, martire a Siracusa intorno al 304 durante le persecuzioni di Diocleziano. il santo alla sua destra indossa un abito rosso e un mantello giallo ricamato con pietre preziose e solleva la mano destra in atto benedicente, mentre con la sinistra stringe un oggetto che è stato identificato come un coltello. da tale attributo si riconosce l’apostolo bartolomeo che, secondo la tradizione agiografica, fu scorticato vivo con un coltello in India a causa della sua coraggiosa predicazione in quelle terre. L’affresco dei santi, pur avendo perso l’originario splendore, costituisce una testimonianza della cultura pittorica bizantina di notevole livello qualitativo, databile tra il XII e il XIII secolo. Esso trova stringenti analogie con affreschi rupestri dell’Italia meridionale e della sicilia orientale e dunque documenta le strette relazioni che al tempo dovevano intercorrere tra la comunità religiose di rito greco.

Alla fine del XII secolo santa Maria della grotta, rimasta senza monaci per motivi ignoti, venne unificata con l’omonima abbazia palermitana insieme alla quale nel 1555 fu consegnata da Carlo V ai Gesuiti, nelle cui mani rimase fino allo scioglimento della Compagnia di Gesù in Sicilia nel 1860.

La fase edilizia e monumentale più rilevante della chiesa risale al XVIII secolo, quando i padri gesuiti affidarono il progetto di rifacimento della più antica chiesa ipogea, rovinata per la forte umidità, all’architetto trapanese Giovan Biagio Amico. venne così realizzata una grande aula a navata unica, rivestita interamente di stucco bianco e scandita da quattro cappelle laterali (due per lato) inquadrate da grandi archi e modanature a profilo continuo di “ordine gigante”; la copertura venne rialzata e coronata da una cupola rivestita da mattonelle verdi e scandita da costoloni in tufo, in tutto simile a quella del campanile del Carmine, mentre una leggiadra balaustra sormontava il recinto della facciata; inoltre l’accesso della chiesa fu realizzato in modo scenografico con un’ampia scalinata a rampe spezzate costruita all’interno della latomia.

Santa Maria della Grotta, così emblematica per la storia della città da essere raffigurata sullo stemma civico del 1577, oggi corona l’ingresso al Municipio, non si è salvata da un progressivo degrado, iniziato con i crolli causati dal terremoto del 1968, si auspica un prossimo finanziamento per il restauro delle strutture architettoniche e degli affreschi ormai ridotti a lacerti, che illustrano la storia di fede e di preghiera che si svolse tra le umide pareti delle grotte.

Maria Grazia Griffo
 



Bibliografia:
E.Caruso, S.Maria della Grotta: un’abbazia basiliana della sicilia occidentale, in M.G. Griffo (a cura di), Marsala -Palermo 1997, pp. 161-171
R.Giglio, Lilibeo (Marsala). area di S.M.della Grotta e del complesso Niccolini: recenti rinvenimenti archeologici, in Terze Giornate Internazionali di Studi sull’area elima, Pisa Gibellina 2000, pp.655-680.
P.Tisseyre, Un’Abbazia basiliana del XIII secolo, Santa aria della Grotta a Marsala: lo scavo, i materiali, in Di stefano C.A., cadei A. (a cura di ), federico e la sicilia della terra alla corona. Archeologia e architettura, Palermo 1995, pp.247-254.